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Come funziona uno scanner
Prima dell'arrivo delle fotocamere digitali, era l'unico strumento di acquisizione delle nostre fotografie. Tutti gli scanner convenzionali si basano sul medesimo principio di riflessione e ricezione della luce. Per far questo, lo scanner possiede non solo una sorgente di luce bianca, ma anche un sensore capace di ricevere e processare la luce riflessa dal foglio. Infatti, è proprio la quantità di luce riflessa o trasmessa attraverso l'immagine che viene misurata dal sensore e poi convertita sotto forma di tensione elettrica. Maggiore è la luce riflessa, maggiore sarà la tensione elettrica generata. Quest'ultima viene infine trasformata da un convertitore, in bit, che saranno calcolati e riconvertiti dal nostro PC sotto forma di immagine sullo schermo. Generalmente, il sensore utilizzato per questo tipo di acquisizioni è lo stesso utilizzato dalle macchine fotografiche digitali ed è del tipo CCD, ossia Charge Couple Device, e consiste in una serie di elementi fotosensibili disposti a griglia nel caso delle macchine fotografiche, mentre negli scanner sono organizzati lungo una linea sottile fino a coprire tutta la larghezza del foglio da acquisire. Vi sono quindi scanner capaci di acquisire fogli standard in A4, fino ad arrivare ai formati più grandi.
Maggiore è il numero degli elementi fotosensibili per unità di lunghezza e maggiore sarà la risoluzione finale di acquisizione. Ma che significa maggiore risoluzione finale? La risoluzione è l'unità di misura della definizione di una immagine espressa in dpi (punti per pollice), cosicché se da una parte aumentano i dpi, dall'altra diminuisce la dimensione dei punti nei quali viene scomposta l'immagine durante il processo di digitalizzazione. Ovviamente, aumenta anche il "peso" dell'immagine acquisita. In realtà la risoluzione totale di un file è il prodotto di due misure, la risoluzione ottica, che dipende dal numero degli elementi che compongono il Ccd, e la risoluzione verticale, che deriva dal grado di accuratezza con cui la testina, che ospita il Ccd, può essere fisicamente spostata sopra l'immagine: più lento è il passaggio, e più alta sarà la risoluzione verticale. È comunque possibile aumentare la risoluzione ottica finale tramite l'uso di una tecnica chiamata interpolazione che, via hardware o software, aggiunge punti all'immagine originale deducendone le caratteristiche a partire dai dati relativi ai punti adiacenti. Tipicamente, uno scanner di fascia media ha una risoluzione ottica reale che varia dai 300 ai 600 dpi, e una risoluzione verticale da 600 a 1400 dpi.
Un'altra misura assai importante è la profondità cromatica, ossia la capacità del sistema di acquisizione di riconoscere tutti i colori che sono presenti sull'originale, comprese le sfumature. Tecnicamente, possiamo dire che l'insieme dei colori o delle sfumature catturate dallo scanner, dipende dalla gamma dinamica del convertitore analogico/digitale, dalla purezza della luce di illuminazione e dalla qualità dei filtri colorati. Ma soffermiamoci sul significato di gamma dinamica di un Ccd, visto che è proprio questo l'elemento che determina la profondità del colore di una immagine. Questa caratteristica intrinseca del Ccd viene espressa generalmente in bit e il suo meccanismo è simile a quello di una scheda video. In pratica, uno scanner a 24 bit riesce a scomporre i tre colori primari presenti su un'immagine, in otto bit per ciascuno. Questo significa che ciascun colore primario a una gamma dinamica nel convertitore di otto bit e quindi può essere scomposto in 256 livelli di sfumature diverse. Più aumenta la profondità, ossia i bit a disposizione per ciascun colore primario, e più accurata sarà la riproduzione delle sfumature di colore e del dettaglio.